martedì 15 luglio 2014

"A Spasso con Dante" - Il I Canto dell'Inferno al Piccolo Teatro dell'Aiuto




Lectura Dantis

Commento e lettura del Canto I dell'Inferno, eseguita al Piccolo Teatro dell'Aiuto di Napoli, con il patrocinio dell'Associazione Mani e Vulcani.


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domenica 22 giugno 2014

"A Spasso con Dante" - Il XXVI Canto dell'Inferno al Piccolo Teatro dell...



Lectura Dantis
Lettura del XXVI Canto dell'Inferno, il Canto di Ulisse.
Non sono un attore, non un poeta, non un esperto.
Siate indulgenti.

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domenica 25 maggio 2014

Ulisse...

giovedì 9 gennaio 2014

Divina Commedia - Dante a Napoli, il Canto V dell'Inferno



Lectura Dantis a Napoli, piazza del Plebiscito.

In una visione simbolica il numero 5 rappresenta i 5 sensi, dunque la sensualità, pertanto si lega all’erotismo. Il V Canto dell’Inferno è infatti dedicato ai lussuriosi, i quali hanno rifiutato, in qualche modo, i precetti del cristianesimo. Il Canto in parola è forse il più famoso della Divina Commedia e racconta la storia di Paolo e Francesca (sulla quale, tra l’altro, D’Annunzio ha scritto un’intera tragedia). Francesca si innamora di suo cognato, Paolo Malatesta, in un momento storico-culturale in cui i matrimoni erano semplice compravendita. Un giorno, mentre leggevano la storia di Lancillotto e di Ginevra, nel momento in cui questi si baciavano, essi fecero lo stesso, bruciati com’erano dalla passione, consumando l’adulterio. D'altra parte non è possibile sfuggire all’amore che “al cor gentil ratto s'apprende” costringendo colui che è amato a ricambiare l’amore. Essi non possono quindi non cadere nella “trappola” dell'amore. Ma questa teoria dell’amore cortese contrasta con la visione del cristianesimo, la cui base è l’amore fedele. Dante prende in esame l’esempio di Paolo e Francesca, i quali si sono abbandonati alla passione allontanandosi dalla ragione. Però l’atteggiamento di Francesca è quello di chi non ha rimorsi, e molti sono i richiami che ella fa all’amore cortese. Non c'è nulla di imperfetto nel V Canto dell'Inferno, e la sublime bellezza dei versi che lo compongono dimostra che si trattava di certo di uno dei canti preferiti dal poeta fiorentino. In ogni caso, tuttavia, Francesca ha peccato, e il suo peccato consiste nella voluta negazione dell’ordine di Dio, basato sul vincolo del matrimonio. Dante ascolta Francesca, la quale sconquassa l’aria del cerchio in cui si trovano. La bufera rappresenta la forza della passione, che spezza i freni dell’intelletto. In questa immagine sono presenti figure impalpabili, come Paolo e Francesca, i quali si avvicinano a Dante con il desiderio di parlargli. La ragazza racconta la tenace passione per Paolo, al quale rimane ancora legata (“e il modo ancor m’offende”). Al termine del suo dialogo con Francesca, Dante sviene per la commozione, poiché una parte di lui vorrebbe assolvere Francesca. Egli sviene per la violenza della passione di Francesca, che, ad un certo punto, lo sovrasta. Ma l’amore non è un sentimento egoista che lega due amanti. L’amore è la volontà di migliorare se stessi per fare felice l’altro, dunque pone la persona che si ama al di sopra di se stessi. Per Dante, dunque, quello tra Paolo e Francesca non è amore: essi sono solo un pezzo di ferro e uno di calamita che si attraggono magneticamente. Il loro non è l’amore dei “cuori gentili”. L’idea di partenza che Dante ci propone dell’amore, è quella di un sentimento che potenzia le capacità positive dell’individuo, il quale cerca di migliorarsi per il bene dell’altro. Questo amore è caritas. Dante, infatti, innamorandosi di Beatrice, cerca di tendere alla perfezione. Ella è la purezza personificata, la dimensione eterea a cui bisogna pervenire. L’amore di Dante si nutre di conoscenza. L’amore di Dante si ispira a un modello di perfezione, per questo non è pensabile che esista. Curioso è l'atteggiamento di Paolo, la cui presenza, nell'incatenarsi delle rime, a stento si sente. Sembra quasi che abbia fatto tutto Francesca, e che Paolo sia la vittima di un gioco di tentazione al quale non ha potuto fare a meno di prestarsi. Ritorna il topos della "donna tentatrice", nel quale Dante, pur sempre uomo del suo tempo, non riesce a non cadere.

Non sono un attore, non un professore, non un poeta. Sono semplicemente un amatore di Dante e della Divina Commedia. Siate indulgenti.

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domenica 5 gennaio 2014

"La poesia moderna: uno spazio vuoto virgolettato"

Nella società delle comunicazioni di massa nasce spontaneo, nell’animo dei Pensanti, il dubbio se la poesia possa ancora esistere. L’intellettuale di oggi trova infatti estrema difficoltà nell’esercitare il proprio ruolo, poiché tematiche troppo complesse risultano incomprensibili all’esercito dei mass media. La società odierna presenta di certo un livello culturale più alto rispetto al passato, tuttavia l’azione dei mass media ha creato un appiattimento generale delle menti che induce la massa ad identificare nella mediocrità la propria aspirazione massima. Ad essa si accompagna quello che Umberto Galimberti definisce un “ospite inquietante”, il nichilismo come giustificazione della realtà. D’altra parte Eugenio Montale nel suo discorso tenuto alla consegna del premio Nobel per la letteratura (Stoccolma, 1975), in cui si chiede se è ancora possibile la poesia, evidenziò con lucida disillusione che “sotto lo sfondo così cupo dell’attuale civiltà del benessere anche le arti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità”.

In effetti la poesia ha sempre rappresentato una reazione alle esigenze della società e, poiché l’uomo è oggi in qualche modo privato della propria identità, la quale placidamente confluisce in un coacervo indistinto di menti prive del libero arbitrio, essa viene di conseguenza declassata ad arte priva di senso, utile solo in vista di un interesse economico. Siamo di fronte ad un parossismo che sta distruggendo la poesia, o meglio che la sta avvelenando, asservendola ai beceri interessi economici dell’Industria della Cultura. Come spiegano con sconcertante chiarezza Adorno e Horkheimer in “La Dialettica dell’Illuminismo”, “la società spettacolo non vuole cancellare la nobile funzione della poesia, perché sa che ne avrebbe un ritorno d’immagine negativo”, e che rinuncerebbe ad un ottimo strumento di sfruttamento economico. È in atto un processo di plasmazione dell’arte che servilmente si prostra davanti ai “Signori del lucro”, obbedendo al ruolo di veicolo di plagio mentale sui deboli intelletti della nostra società. Si avverte tuttavia, nella classe degli intellettuali, un senso di impotenza, derivante dalla consapevolezza della scarsa influenza che essa può ormai esercitare nei confronti della società. Mentre infatti un tempo la poesia, e comunque l’arte in generale, era veicolo di grandi idee, essa oggi non trova riscontro nella società, se non come sostegno alle immagini, o come fenomeno puramente estetico. La magnificazione dantesca degli alti valori come simboli del senso della vita non può dunque più esistere. D’altronde lo stordimento causato dalle droghe, dal benessere eccessivo, e in qualche modo da Internet, non può che tenere lontano l’uomo dalla poesia, ovvero dall’arte. Se le droghe a livello chimico ci dissociano dalla realtà, generando così casi di depressione cronica, se l’eccessivo benessere offre l’illusione di un’apparente felicità, se Internet propone come fonte più alta di dialogo l’uso di frasi sgrammaticate, e come lingua universale un codice meccanico e ripetitivo, non possiamo non sorprenderci di fronte al disinteresse della società nei confronti della poesia, e per estensione, dell’alta cultura in generale. Cionondimeno alla domanda se è ancora possibile la poesia nella società delle comunicazioni di massa la risposta è di certo affermativa. Tuttavia l’unica poesia che può avere successo è probabilmente quella asservita all’interesse economico, plasmata in base al principio del guadagno, il quale cela tuttavia qualcosa di estremamente inquietante: lo sfruttamento per lo sfruttamento. Viene alla mente il Mazzarò verghiano, l’eroe della logica dell’accumulo, il quale accumulava la “roba” per il semplice piacere di accumulare, in funzione di uno sfruttamento utilitaristico del prossimo che era però, in primo luogo, sfruttamento di se stesso. Viene dunque da chiedersi che speranza può esserci per la generazione del domani, quella degli attuali giovanissimi, che chinano il capo dinanzi al loro “massimo fattor”, ossia l’idolo di turno, spesso individuato in cantanti o show-men in generale, che rappresentano una visione del mondo spensierata e che, mediante l’ostentazione estrema del loro stato di tossicodipendenza, si fanno inevitabilmente testimonial della droga stessa.

La poesia, che da sempre, come sottolineava Torquato Tasso, “intesse fregi al vero”, è dunque oggi serva della comunicazione di massa, e comunicazione di massa stessa. Il paradigma poetico della nostra realtà, pertanto, non potrà che essere uno spazio vuoto virgolettato. È questa d’altronde la rappresentazione stessa della società moderna, vittima di un “vuoto ideologico” che trova sfogo nel nichilismo e nel qualunquismo oggi dilaganti.


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giovedì 26 dicembre 2013

"Perchè festeggiamo il Natale?"

Ogni anno, in questi giorni, mi chiedo perchè festeggiamo il Natale. Certo, da bambino non mi ponevo il problema, e aspettavo con trepidazione la venuta di quel grosso signore barbuto, nonostante le cattiverie dei bambini più grandi che, dall’alto della loro saggezza, mi dicevano che in realtà Babbo Natale erano mamma e papà. Un giorno, dunque, escogitai uno stratagemma per scoprire la verità: nascosi la letterina in un posto difficile da trovare, e mi dissi: “se Babbo Natale esiste saprà come fare per scoprire dov’è”. L’indomani mattina mi svegliai con un’ansia fortissima. Questa, però, finì nel momento in cui mi resi conto che la letterina era ancora lì. La magia era finita; ed è da quel giorno che per me il Natale è cambiato. Quando da bambino credevo (senza pormi i dubbi di cui si compone la vita degli esseri pensanti) alla nascita di Gesù e alla generosità di quel grosso signore (che per fare regali a tutto il mondo dovrà essere ricchissimo) vestito di rosso, era tutto diverso (sull’abbigliamento di Babbo Natale si potrebbe aprire un discorso lunghissimo, pertanto vi rimando ad autonome ricerche). Crescendo ho poi conosciuto lo “stress da regalo", guardando con disappunto al consumo sfrenato che porta la festività in parola. Ma mi sono detto “almeno gira l’economia”. Certo, però, alla mia domanda sul perché festeggiamo il Natale, non posso mica rispondere con questa geniale intuizione da ragioniere. Dunque, facendo due conti: il significato religioso della Nascita si è perso, e, contestualmente, si è rafforzata la “corsa agli armamenti” per finire in tempo i regali da fare. Quello che resta, quindi, è la dimensione sociale del Natale, quale momento per stare insieme, per scambiarsi sentimenti, oltre che regali. Il senso della Nascita va trasposto ad una dimensione umana che è quella di una palingenesi (quanto mi piace questo termine) di valori, con i quali l’uomo, depurato dalle scorie materiali connaturate al suo essere, rinasce, perseguendo quel modello etico che è stato Yoshua ben Yosef, Gesù figlio di Giuseppe, che, come uomo, nasce oggi (anche se la data del 25 dicembre è puramente convenzionale). Ciò che questi ha fatto come uomo o, se vogliamo, come personaggio storico, è noto a tutti. Certo, Gesù resta un modello, e i modelli non sono fatti per essere raggiunti. Tuttavia potremmo almeno provare a tendere verso i valori del messaggio etico che Yoshua, da ebreo osservante, ha cercato di incarnare. Il mio discorso è chiaramente laico, ed è fondato su dati storici incontrovertibili, quindi non iniziate a scagliar pietre (la citazione biblica è puramente casuale). Ora, però, torniamo alla domanda iniziale: perché festeggiamo il Natale? La mia risposta a questa domanda, che non possiamo non fare a noi stessi, è che festeggiamo il Natale per ritrovare una dimensione etica della nostra vita, il che si lega al famoso e banale, ma quanto mai incisivo detto “a Natale siamo tutti più buoni”. Mi si obietterà che il mio è il solito discorso del giovane idealista, ma non è così. Il motivo per il quale credo che il Natale rappresenti l’occasione per scavarci dentro e proiettare fuori un “io” rinato, mondato dalle scorie, e tendente ad un modello etico di vita, ha una ragione quanto mai pratica: la pacifica convivenza sociale. 
Buon Natale a tutti!

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domenica 3 novembre 2013

"Il tempo: semplice illusione umana o entità autonoma?"

“Il tempo c’è stato sempre o è venuto fuori a un certo punto?”* La domanda che si pone Andrea Camilleri in un suo articolo pubblicato su “La Stampa” costituisce il punto di partenza del costante e tuttavia vano, tentativo dell’uomo di conoscere il tempo. Secondo Sant’Agostino, il tempo fu creato da Dio insieme con l’Universo, ed è dunque un’entità che ha un suo punto di inizio. In realtà, il tempo nasce con l’uomo, ovvero esiste nel momento in cui vi è una mente pensante capace di coglierlo. Esso, insieme con il concetto di spazio, è ciò cui Kant conferisce la denominazione di “forma a priori”, categoria da cui l’uomo non può prescindere nel processo intellettivo mediante il quale, a livello gnoseologico, fonda la realtà. Il concetto di tempo è dunque insito nella mente umana. Tuttavia il rapporto che abbiamo con “questo nostro coinquilino esistenziale” *, che profondamente influenza la nostra interiorità, è talvolta conflittuale. Ed è per questo motivo, quindi, che gli Epicurei, perseguendo la concezione oraziana del “carpe diem”, guardavano al tempo come ad una costante conquista, ottenuta mediante un processo intellettivo di cui soltanto il saggio era capace di avvalersi. Responsabile dello stravolgimento dei rapporti tra l’uomo ed il tempo è, ad ogni modo, il Cristianesimo. Se infatti la cultura greca poneva alla base della sua dottrina una concezione secondo la quale il tempo procedeva percorrendo una circonferenza, donde la certezza di poter conoscere il futuro guardando al passato, il pensiero cristiano, invece conferisce al tempo la forma di una linea retta che ha un inizio, coincidente con la creazione del mondo, e che procede, attraverso l’Incarnazione di Cristo, sino alla dimensione dell’Eternità. Tale concezione implica un susseguirsi di eventi secondo una visione storicistico-escatologica, che vedrebbe un fine ultimo nella salvezza dell’anima. Tuttavia una siffatta concezione del tempo è responsabile, in realtà, del crollo delle certezze dell’uomo. Il futuro diviene infatti entità inconoscibile con la quale si teme il confronto. “Il problema dell’uomo moderno è [dunque] senza dubbio quello di sospendere il tempo”*, la qual cosa genera una dimensione di “eterno presente” in cui adagiarsi risulta compito lieto e poco laborioso. Guardare ad un inconoscibile e soprattutto incerto futuro vuol dire per l’uomo responsabilizzarsi, dunque accettare la propria autodeterminazione, e la conseguente liberazione da qualsiasi entità “altra” che decida in luogo suo. Si tratta dunque di pervenire ad una “libertà da” la cui ultima conseguenza è la pazzia. La mente umana non è infatti adatta a creare, né tantomeno a “crearsi”, dunque ha bisogno di essere etero-diretta. La Modernità presenta inoltre una serie di scoperte scientifiche che hanno concorso a dare all’universalità del tempo una sferzata esiziale. Vi è, tra queste, la teoria della relatività di Einstein, che quantizza il tempo in proporzione all’interiorità dell’individuo che la coglie, asserendo l’impossibilità del concetto di tempo quale dimensione oggettiva ed universalmente conoscibile. “Siamo così arrivati ad una scomposizione della storia su più piani, ovvero, se si vuole, alla distinzione nel tempo della storia, d’un tempo geografico, d’un tempo sociale e d’un tempo individuale”*. Mancano dunque le coordinate esistenziali affinchè il tempo recuperi la sua dimensione universale. Inoltre l’abbattimento della Torre Eburnea dell’Essere, operato dalla Modernità, non ha fatto altro che accentuare il fenomeno di indeterminazione e di frammentizzazione dei piani del reale. La letteratura ha reagito a tale fenomeno di riduzione del tempo a dimensione esclusivamente interiore, generando opere i cui protagonisti si figurano come portatori di una visione distorta dei piani temporali. Svevo, ad esempio, nel suo capolavoro, “La coscienza di Zeno”, dà vita ad un personaggio nevrotico incapace di percorrere, nei suoi diari, un susseguirsi cronologico del tempo, che viene stravolto ed affidato alla dimensione interiore del protagonista, il quale lo vede dilatarsi e ridursi a seconda del proprio stato d’animo. Proust, invece, nel “Tempo ritrovato”, conferisce al protagonista la capacità di sospendere il tempo servendosi della memoria, così da recuperare una condizione passata che ha come conseguenza il sovrapporsi dei piani temporali presenti a quelli passati, di modo che egli possa, pertanto, far rivivere realmente, se per “realmente” si intende “nell’immaginario della mente”, un’esperienza già vissuta. Nel suo costante tentativo di dare una spiegazione al mondo, servendosi del simbolo, l’arte ha dunque analizzato in profondità il concetto di tempo. Per quanto riguarda la pittura è possibile, ad esempio, constatare ne “Gli orologi molli” del surrealista Salvador Dalì, il quale rappresenta, immersi in una landa desolata, orologi privi di consistenza solida, che si adagiano su forme da cui sono modellati, il tentativo di sospendere il tempo, che ha come scopo quello di cogliere l’Infinito, dimensione alla quale, tuttavia, non è possibile pervenire. L’opera di Dalì è infatti una risposta alla realtà della guerra, davanti alla quale l’arte resta attonita, e si immobilizza, incapace di confrontarsi con un uomo che ha ceduto alle sue più bestiali pulsioni. Il tempo in Dalì viene dunque fermato, il che rappresenta la protesta di un’entità che si rifiuta di andare avanti, quasi si vergognasse di accompagnare l’uomo nel suo cammino esistenziale. Ad ogni modo, il tentativo di conferire al tempo i connotati di entità autonoma è estremamente velleitario. Non possiamo infatti sapere cosa è, se davvero esiste, se è nato prima o dopo rispetto all’uomo e se possiede una sua dimensione oggettiva. Ma “forse è proprio il tempo oggettivo che, seguendo una sua curva matematica, si accorcia progressivamente, fino a ridursi a nulla nel giorno della morte. […] Quando ci fermiamo del tutto, e viene la morte, il tempo diventa così infinitamente veloce che è come se fosse di nuovo immobile, e ritorniamo in un’altra eternità, che forse è quella stessa da cui eravamo partito, o che forse è il nulla” *


*cfr. A. Camilleri, “Il tempo”, LA STAMPA, 24/05/03
*cfr. A. Tabucchi, “Dopo il muro”, LA REPUBBLICA, 2/10/03
* cfr. F. Dal Masa, “Con Ulisse al tempo dei kamikaze”, L’AVVENIRE, 18/01/04
* cfr. F. Braudel, “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II”, 1949, Prefazione
* cfr. C. Levi, “L’orologio”, 1950


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